Zaha Hadid, prima donna a ricevere il Pritzker

Zaha Hadid nel 2004 trionfo al femminile

Ad un anno dalla scomparsa, quale modo migliore per ricordare le opere di Zaha Hadid, prima donna a ricevere il premio Pritzker nel 2004, nonché una delle capofila e massime esponenti della corrente decostruttivista.

Dopo aver conseguito una laurea in matematica alla American University di Beirut, si trasferí a Londra, nel 1972, per studiare alla Architectural Association. Dopo aver conseguito il titolo lavoró con i suoi ex professori, Rem Koolhaas e Zenghelis, presso l’Office for Metropolitan Architecture (OMA), a Rotterdam, diventandone socia nel 1977; attraverso la sua associazione con Koolhaas, incontró Peter Rice, l’ingegnere che le ha dato sostegno e l’ha incoraggiata nella fase iniziale.

Nel 1994 ha insegnato alla Graduate School of Design dell’Università di Harvard, occupando la cattedra che fu di Kenzo Tange. Nel 1980 fonda il suo studio, con sede a Londra. Dagli anni ottanta insegna alla Architectural Association.

Della sua numerosa produzione, che vanta sia opere di architettura che di design, vogliamo ricordare il Museo delle arti del XXI secolo (MAXXI) a Roma e lo Chanel Art Pavillion:

Il progetto vincitore del concorso di idee bandito dal Ministero per i beni e le attività culturali, è composto da  un grande centro culturale con al suo interno un museo per le arti del XXI secolo, un museo di architettura, spazi per attività sperimentali, biblioteca, auditorium, accoglienza, caffetteria e ristorante, negozi, uffici, aree di servizio e ampi spazi pubblici all’aperto.
Il MAXXI  inaugurato nel 2010, appare dunque come un “innesto urbano”, una seconda pelle sul sito, come descritto dalla stessa  Zaha Hadid.

   

Il concetto di movimento attraverso lo spazio è alla base dell’idea progettuale, in opposizione a una serie predeterminata di “punti chiave”. Le linee, con un andamento fluido attraversano lo spazio interno ed esterno, scorrendo da una parte all’altra del sito per tutta la sua estensione; l’idea è quella di creare uno spazio che non si esaurisca in un unico tragitto lineare, ma offra una complessa rete di connessioni e di percorsi.

Progettato da Zaha Hadid per Chanel nel 2007, su commissione dello stilista Karl Lagerfeld, il Mobile Art Pavillion è un grande “guscio bianco” rivestito in materiale riflettente; la sua forma organica Pavilion si è evoluta dalle forme a spirale che si trovano in natura, pensata appositamente per suscitare la curiosità e l’interesse del pubblico.

Come spiegato dallo stesso architetto, si tratta di un linguaggio architettonico fatto di fluidità e natura, ottenuto attraverso l’utilizzo degli strumenti digitali che hanno consentito di realizzare un padiglione dalle forme organiche, in luogo del mero ordine ripetitivo che contraddistingue l’architettura industriale del XX secolo.
L’involucro che avvolge il Mobile Art Pavilion, è composto da una successione di elementi ad arco in materiale riflettente, che ben si integra con l’uso delle tecnologie digitali. Infatti, il design del padiglione si basa sul concetto della distorsione in sezioni semicircolari e convesse, da cui partono una varietà di spazi espositivi interni.
Attraverso una serie di tagli nell’involucro di copertura del volume, la luce naturale incontra quella artificiale, mentre al centro della struttura si apre una corte interna ampia 65 metri quadrati, protetta da una copertura trasparente; gli elementi modulari che compongono il padiglione non superano i 2,25 m di larghezza: questa dimensione così ridotta ha permesso di semplificare notevolmente le operazioni di smontaggio, trasporto e riassemblaggio dei vari elementi durante le passate trasferte in giro per il mondo.

  

 

Arch. Elena Valori

 

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