Com’è fatta una macchina fotografica: dal foro stenopeico alla reflex.

L’immensa diffusione delle macchine fotografiche cosiddette automatiche, nelle quali l’intervento umano è limitato a poche, elementari funzioni, fa sì che lo scattare una fotografia non presupponga alcuna conoscenza di ordine tecnico relativa al funzionamento dello strumento. Il tutto è però relativo al modo in cui ci si vuole porre, che tipo di utilizzatori siamo e qual è lo scopo del nostro scatto. È noto come l’origine della macchina fotografica sia fortemente connessa alla camera oscura, lo strumento che permise ai pittori la riproduzione della realtà con maggiore fedeltà possibile. L’analisi e il funzionamento della camera oscura rispondono alle stesse leggi ottiche della macchina fotografica.

 

“Una fotocamera altro non è che una scatola impermeabile alla luce a tenuta stagna che unisce due elementi di massima importanza: l’obiettivo che traccia l’immagine e la pellicola che la trattiene. Le altre componenti sono soltanto accessori ausiliari per il controllo dei processi di lavoro che creano la fotografia: la determinazione dell’inquadratura, la regolazione della messa a fuoco e l’impostazione dei dati esposimetrici.”

Andreas Feininger

 

È dunque sufficiente far penetrare la luce esterna in una stanza (o scatola) completamente buia attraverso un piccolo foro e l’immagine proveniente dall’esterno si proietta, rovesciata, sulla parete di fondo.

 

camera oscura

 

Paradossalmente per scattare una fotografia non occorre una reflex di ultima generazione, risulta sufficiente una scatola stenopeica (dal greco stenos opaios = piccolo foro), strumento che consente proiezione e registrazione. A titolo esemplificativo: l’occhio umano è un ottimo strumento di proiezione che non consente però la registrazione, esempio opposto è lo scanner che consente la registrazione ma non la proiezione.

Proprio per questa ragione una scatola, dotata di un piccolo foro e di materiale fotosensibile posizionato sulla faccia opposta interna, è definibile macchina fotografica. La fotocamera con foro stenopeico produce immagini poco nitide: i raggi luminosi provenienti dal soggetto divergono e creano piccoli cerchi (detti “circoletti di confusione”), per aumentare la nitidezza occorrerebbe la riduzione del diametro e dello spessore della superficie contenente il foro, aumentando al contempo i già prolungati tempi di esposizione. La nitidezza (messa a fuoco), seppur non eccelsa, si estende a tutti gli oggetti inquadrati, dando luogo a una profondità di campo illimitata.

Se a tale dispositivo si aggiunge una lente, si noterà una diversificazione dei soggetti messi a fuoco relativamente a due variabili: il tiraggio d (distanza tra materiale sensibile e il piano contente il foro) e distanza tra il piano contente il foto e il soggetto (D), la messa a fuoco del soggetto dipenderà infatti dal rapporto tra questi. La funzione della lente convergente è quella di piegare i raggi luminosi e farli convergere in un unico punto, annullando i circoletti di confusione.

 

Esempio attuale del principio stenopeico e della camera oscura sono le esperienze di Abelardo Morell poi immortalate in degli scatti: affittando stanze d’albergo con viste privilegiate su prospettive caratterizzanti le città in giro per il mondo, trasforma le stanze in camere oscure e le pareti di queste come delle vere e proprie tele ospitanti la fugacità della proiezione.

 

 

Abelardo Morell,  Brooklyn bridge, NYC.  Abelardo Morell, Brooklyn bridge, NYC

 

Abelardo Morell,  Tour Eiffel, Parigi.  Abelardo Morell, Tour Eiffel, Parigi

 

Abelardo Morell,  Time square, NYC.  Abelardo Morell, Time square, NYC

 

Abelardo Morell, San Marco, Venezia.  Abelardo Morell, San Marco, Venezia

 

Per l’utilizzo in disegno la camera oscura prevedeva una fare si “ricalco”: l’immagine proiettata da uno specchio su di un foglio di carte applicato su una lastra smerigliata veniva appunto ricalcata manualmente. Per giungere alla fotografia occorreva dunque la scoperta della “pellicola”, ovvero la superficie in grado di trattenere l’immagine. Il problema, risolto poi in più modalità, era duplice: da un lato occorreva fissare l’immagine, dall’altro far sì che questa rimanesse a lungo fissata, non solo per pochi istanti. Entrano in campo conoscenze di ottica e chimica che daranno luogo al dagherrotipo, calotipo fino alla pellicola di una macchina fotografica analogica e al sensore della macchina digitale.

 

Gli elementi che compongono una macchina fotografica sono molteplici, ognuno con un proprio ruolo: l’obiettivo costituito da lenti convergenti e divergenti, diaframma e otturatore che regolano la quantità di luce entrante nella macchina, il mirino che consente l’inquadratura dell’immagine che si vuole fotografare[…]. Poi gli sviluppi della ricerca hanno fatto sì che altri elementi entrassero a far parte di questo corredo, rendendo sempre più vari gli utilizzi delle macchine fotografiche. Per ora, attraverso l’immagine qui sotto, vediamo l’analogia con i principi di camera oscura, foro stenopeico finora illustrati, andando avanti capiremo il ruolo dei vari componenti.

 

componenti macchina fotografica

 

Ramona Vidili

 

 

 

 

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