La fotografia: tecnica o forma d’arte?

La successione degli eventi e il fiorire di società di amatori di fotografia rende manifesto, già dopo pochi decenni dalla nascita della fotografia, un ulteriore aspetto: la fotografia non viene considerata soltanto una grande invenzione scientifica, né un solo comodo sostituto del disegno, ma prende a diventare un linguaggio specifico, autonomo che può raggiungere la dignità dell’arte. Perché questo principio venga poi affermato e riconosciuto universalmente, occorreranno molti anni ma le basi si ritrovano già nello “sfumato”  e “chiaroscurale” che la tecnica del calotipo di Talbot, Hill e Adamson producevano, incarnando precise scelte estetiche. Sono queste le tecniche che interpongono distanza dalla fedele riproduzione della realtà (aspetto che ricondurrebbe la fotografia a un mero strumento tecnico). Tuttavia il dibattito sulla fotografia riconosciuta come arte in quanto soggettiva interpretazione della realtà sarà lungo e vedrà impegnati fotografi, artisti e letterati.

 

“Bisogna che essa ritorni al suo vero compito, che è quello d’essere la serva della scienza e delle arti, ma la più umile serva, come la stampa o la stenografia, che non hanno né creato né sostituito la letteratura.”

Charles Baudelaire

La nascita del dibattito venne anche favorita dall’ormai evidente spaccatura creatasi all’interno del mondo fotografico. Da un lato c’erano i fotografi professionisti, i direttori degli studi di ritratto totalmente disinteressati all’aspetto artistico della tecnica, dall’altra si trovavano quelli amatori, spesso provenienti da famiglie agiate, che cercavano invece di trasformare la fotografia in una vera forma d’arte.

Sul finire degli anni Cinquanta, questa divisione si farà molto netta, tanto che è possibile isolare alcune figure: Julia Margaret Cameron, Lewis Carroll, Oscar Gustave Rejlander e Henry Peach Robinson che si pongono in chiara competizione con la pittura.

J.M. Cameron, Ellen Terry

J.M. Cameron, Ellen Terry

 

L. Carroll, Alice Liddel

L. Carroll, Alice Liddel

 

I ritratti della Cameron e di Carroll, con i loro particolari effetti di sfumato, conferiscono al soggetto quell’alone di mistero, di indefinito che mira all’espressione sentimentale di uno stato d’animo e, insieme, all’espressione di una bellezza fuori dal tempo (secondo i dettami dell’accademia del periodo).

 

H.P. Robinson, Quando il lavoro della giornata è finito

H.P. Robinson, Quando il lavoro della giornata è finito

 

O.J. Rejlander, Two ways of life

O.J. Rejlander, Two ways of life

 

Fotografia che richiese un mese e mezzo di preparazione ed elaborazione del materiale di cui è composta. Rejlander infatti disegnò prima la composizione e poi la fotografò: i diversi gruppi di personaggi sono interpretati da attori professionisti. Riunisce infine i diversi negativi, anche ritoccandoli a mano, come in un collage; in ultimo dopo aver sovrapposto un foglio di carta sensibilizzata, li stampa uno di seguito all’altro fino a raggiungere l’immagine finale. Complessità di procedimento che esplicita la visione molto particolare di Rejlander: per lui la fotografia non è espressione diretta della realtà, bensì elaborazione del vero in chiave artistica.

 

Ancora più accentuato è il pittoricismo di autori come Rejlander e Robinson, che compongono la loro scena come se si trattasse di un quadro, ponendo i personaggi in posizioni eroiche o patetiche, mirando sempre a conferire all’opera un significato morale.

 

Sono fotografi che si servono di tutti i trucchi consentiti dalla macchina, componendo anche diversi negativi per realizzare un’unica immagine: riescono così a sfruttare l’aspetto realistico della fotografia e l’idealizzazione richiesta dall’opera d’arte. Ebbero un grande successo, ma certo la strada da loro intrapresa rende esplicito il senso di inferiorità che la fotografia aveva nei confronti dell’arte tradizionale: solo imitando la pittura, infatti, questi autori pensavano di ottenere una dignità artistica.

La fotografia ci permette di vedere e registrare il mondo con sfumature particolari e personali, affermandosi come arte e non solo come mezzo riproduttivo. Ciò che rende la fotografia un’arte sta nella differenza tra un dispositivo fotografico e l’occhio umano. Infatti, sebbene esistano delle analogie tra l’occhio umano e la macchina fotografica, sono invece le differenze che intercorrono tra i due a mettere a disposizione del fotografo il controllo di fattori (come la messa a fuoco selettiva, l’esposizione dunque un controllo della luce) che trasformano lo scatto in sensibilità e personalità di percezione. Elementi che mettono in gioco certamente l’occhio, ma nella sua concezione più ampia: l’occhio del fotografo è selettivo e capace di trasmettere emozioni, astrazioni e stati d’animo.

occhio

 

 

L’occhio umano lascia filtrare la luce attraverso la cornea che si comporta più o meno come la parte frontale dell’obiettivo, insieme al cristallino che si trova dietro l’iride, sono gli elementi di messa a fuoco dell’occhio. La cornea raccoglie i raggi divergenti di luce e li convoglia attraverso la pupilla. L’iride funziona come un diaframma variabile che regola l’intensità luminosa, il cristallino viene usato come una lente, per produrre un’immagine nitida e un’area fotosensibile, la retina, per percepirla.

Possiamo quindi dire che nella fotocamera al posto del cristallino c’è l’obiettivo, l’iride e la pupilla agiscono insieme come sistema di apertura della fotocamera e al posto della retina vi è il sensore (o pellicola). Sia il cristallino che l’obiettivo possono mettere a fuoco su distanze diverse, entrambi formano un’immagine rimpicciolita e capovolta della scena.

La visione umana è controllata in parte dall’occhio e in parte dal cervello, ciò comporta una visione selettiva: gli elementi di distrazione vengono eliminati. La fotocamera, a differenza dell’occhio, registra tutto quello che ai nostri occhi in un primo momento è sfuggito, risultando invisibile, in foto si vedrà: la fotografia registra spesso troppe cose, le cose importanti insieme a quelle che importanti non sono. È raro che l’occhio ci presenti un’immagine sfocata: spostando l’occhio da un oggetto a un altro tutti i particolari appaiono ugualmente chiari, durante lo spostamento , l’occhio ha rimesso nuovamente a fuoco.

 

Ramona Vidili Via Strozzi FirenzeRamona Vidili Via Strozzi

Ramona Vidili, Via Strozzi, Firenze 2011

Scatti realizzati con fotocamera analogica (Yashica 200 – AF) su pellicola Ford BN.

Obiettivo 35mm- 70mm, tempo esposizione 1/250, diaframma 4.5.

La messa a fuoco selettiva è un modo per sottolineare l’oggetto rispetto al contesto che risulterà per l’appunto fuori fuoco.

 

Ramona Vidili

 

 

 

 

 

 

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