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Mose Venezia: Chi l’ha voluto? Problemi, Costi, Alternative e Tangenti

Il Mose di Venezia: chi l’ha voluto? I problemi di un’opera incompiuta con costi, alternative, tangenti e scandali che ruotano intorno a quello che avrebbe dovuto rappresentare un “salva-Venezia”. Quello del Mose è un tema di grande attualità che in Italia torna ciclicamente alla ribalta. In particolare quando il fenomeno dell’acqua alta a Venezia si manifesta con episodi devastanti. Risale infatti al 12 novembre l’ultima alta marea che ha messo in ginocchio la città, toccando un picco di 187 cm.

Il Mose venne progettato proprio per arginare questi fenomeni che possono mettere in pericolo le vite dei veneziani e il loro patrimonio artistico e culturale. Ma la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, come nel caso di quest’opera imponente di cui si parla da decenni. Costato cifre a moltissimi zeri, il Mose è, come spesso accade nel nostro Belpaese, rovinato dalla corruzione, dalle tangenti, da scandali giudiziari e sperpero di denaro (pubblico) con la connivenza di alcune forze politiche.

Mose: Cos’è?

Il Mose di Venezia ha radici oramai lontane, quasi una storia infinita. Nonostante i riferimenti biblici del nome, in realtà si tratta semplicemente di un acronimo: Modulo Sperimentale Elettromeccanico (MO.S.E.). Stiamo parlando di un sistema di dighe mobili a scomparsa dalle dimensioni gigantesche che, a livello teorico, dovrebbe fermare le maree dell’Adriatico. Il Mose dovrebbe fungere da barriera, proteggendo appunto la città di Venezia dal fenomeno dell’acqua alta. Il Mose è formato da quattro barriere situate in tre bocche di porto:

  • una a Chioggia
  • una a Malamocco
  • due al Lido

Queste barriere si compongono di 78 paratoie, ovvero dei cassoni metallici, con una larghezza compresa tra i 18 e i 29 metri. Tali paratoie sono ancorate a degli enormi blocchi di cemento posizionati sul fondale.

Per permettere la navigazione e garantire il normale funzionamento del porto nel momento in cui le paratoie sono alzate (sarebbe più opportuno dire “QUANDO” verranno alzate), sono state create delle conche che permettono appunto il transito dei mezzi di soccorso, dei pescherecci ed altre imbarcazioni. La costruzione di questa imponente opera è affidata al Consorzio Venezia Nuova, un’unione di cooperative locali e nazionali ed alcune imprese. Nel 2014, però, tale consorzio è stato oggetto di commissariamento da parte dello Stato a causa di uno scandalo dalla portata ancora indefinita, relativo a corruzione e fondi illeciti.

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Mose: Chi l’ha voluto?

Il grande bluff del Mose, pensato per proteggere Venezia dall’acqua alta ma diventato un modo per ingrassare le tasche di mille persone, è stato voluto dal Ministero dei Lavori Pubblici nel lontano 1975. Dopo l’alluvione record del 1966, che portò l’acqua alta a Venezia all’impressionante record di 194 cm, si era presentata difatti l’esigenza di progettare un sistema di protezione dalle maree.

Nel 1981, un gruppo di esperti presentò il “Progettone”, che successivamente fu preso in carico appunto dal Consorzio Venezia Nuova e ultimato nel 1992, fino al via libera da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 1994. Durante l’anno 2001, sotto il governo Berlusconi si emanò la Legge Obiettivo e si stanziarono i primi fondi fissando, tra l’altro, la data, decisamente utopica a questo punto, del completamento dei lavori: entro il 2011. Come sappiamo, la storia è andata diversamente.

Mose: Problemi

Il Mose c’è ma non funziona. Senza considerare tutti gli aspetti di corruzione e scandali giudiziari, tale situazione sarebbe di suo già sufficiente per fare gridare allo scandalo. Il Mose avrebbe dovuto salvare Venezia dal fenomeno dell’acqua alta ma, come abbiamo visto anche recentemente, la situazione è ben diversa. L’opera è difatti incompiuta: ci troviamo, infatti, attorno al 90% dei lavori totali. Quindi, allo stato attuale delle cose, le barriere del Mose non possono essere alzate perché si potrebbero fare più danni di quanti non ne siano già stati fatti in ogni direzione.

Al momento sono in corso solamente dei test, come da programma, ma il software che dovrebbe adeguare il livello delle barriere a seconda dell’intensità delle maree, deve essere ancora tarato sull’opera. Alzare le barriere senza che tale software possa funzionare adeguatamente, se l’onda dovesse scavalcare il Mose, danneggerebbe la struttura. Quello che è peggio è che anche la città di Venezia ne pagherebbe le conseguenze.

Ma i motivi per cui il Mose non può ancora funzionare non finiscono qui. Volendo bypassare il software di gestione, affidando al controllo umano tutte le operazioni, occorrerebbero circa 80 persone, organizzate in quattro squadre di tecnici. Al momento sono disponibili solamente 20 di questi tecnici, e ancora deve essere valutata l’opportunità di reclutarne altri che andranno poi adeguatamente formati.

In questa situazione dove non si conoscono le conseguenze dell’intervento umano e di eventuali errori, solamente Prefettura e Protezione Civile avrebbero il potere di ordinare l’innalzamento delle barriere. Ma chiaramente nessuno sembra volersi assumere realmente le responsabilità.

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Mose: Costi

Uno dei grandi tasti dolenti del Mose, è sicuramente quello dei costi sostenuto per la sua realizzazione. Al momento in cui viene scritto questo articolo, è stata già spesa l’imbarazzante cifra di 5.493 miliardi di euro a fronte della realizzazione del 90% dei lavori. Bisogna tenere presente, però, che il progetto iniziale prevedeva costi pari a 3.200 miliardi delle vecchie Lire, cifre ben diverse. Ma queste cifre impronunciabili non finiscono qui, perché il bilancio del Consorzio Venezia Nuova, prevede dei costi totali che si aggirano attorno ai 7 miliardi di euro. A queste cifre, inoltre, bisognerà addizionare i costi della manutenzione nel momento in cui il Mose entrerà in funzione: costerà 100 milioni di euro annui.

Alternative al Mose

Seppur non siano mai state testate sul campo, alternative al Mose ci sono e tra l’altro con costi previsti decisamente inferiori rispetto a quanto già è stato speso appunto per l’opera. Una di queste alternative è portata avanti dal professor Giuseppe Gambolati, dell’Università di Padova, dipartimento ingegneria civile e ambientale. L’idea alla base del progetto è piuttosto semplice e consiste nell’iniettare acqua salata all’interno delle formazioni rocciose presenti ad una profondità di 600/1000 metri sotto la laguna. Il procedimento è di fatto il contrario della subsidenza, ovvero il suolo che si abbassa dopo l’estrazione di petrolio, gas o acqua. Effettuando il procedimento inverso, quindi, il professore sostiene che in un arco temporale di circa 10 anni, la città di Venezia potrebbe recuperare circa 25/30 cm.

Anche se a prima vista 30 cm potrebbero sembrare ininfluenti rispetto ai record di acqua alta registrati, tale considerazione sarebbe erronea. Questo perché, invece, permetterebbe di evitare quanto meno i piccoli allagamenti, molto frequenti durante il periodo invernale e causa di grande logorio per la città stessa. In questo caso, l’opera costerebbe “solamente” 200 milioni di euro, cifra nettamente inferiore a quella già spesa per il Mose. Ma probabilmente il problema è proprio questo: su un importo così basso, fare la “cresta” delle mazzette, sarebbe più difficile.

Mose: Tangenti e Indagati

La lista degli indagati per lo scandalo del Mose a Venezia è piuttosto lunga, e probabilmente ancora da definirsi con certezza. L’ammontare delle tangenti, infatti, da solo dovrebbe far immaginare il livello di corruzione che durante tutti questi anni ha caratterizzato l’opera. Secondo quanto riportato dai magistrati, al momento sono state emesse fatture false per l’importo di 33 milioni di euro, di cui la metà destinata solamente alle mazzette. Alcune stime però, parlano di cifre ben più alte attestate attorno ai 100 milioni di euro.

Perdonando il gioco di parole, la data spartiacque è stata il 4 giugno 2014, giorno in cui Venezia non viene travolta dalla solita ondata di acqua alta, bensì da una partita invece dalla procura, che porta all’arresto di 35 persone e un centinaio di indagati. Una black list dove, all’interno, sono riportati nomi di politici di centro destra e centro sinistra (giusto per non fare torto a nessuno), imprenditori, amministratori, che durante il corso degli anni sono entrati di “diritto” nel libro paga dell’allora direttore generale del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. Il motivo delle tangenti? Semplice. Mazzacurati voleva essere certo di non incontrare intoppi nei finanziamenti pubblici del Mose.

Il giro di mazzette, come anticipato, è stimato attorno ai 100 milioni di euro e in questo caso la lista dei nomi coinvolti ha davvero dimensioni bibliche. Si parte con:

  • Giancarlo Galan, l’allora Governatore della Regione Veneto
  • Giorgio Orsoni, ex sindaco della città di Venezia
  • Altero Matteoli, ex ministro dei Trasporti

L’indagine partì per alcuni accertamenti su quelli che vengono definiti “fondi neri”, cioè capitali portati all’estero, da qualche imprenditore legato al Consorzio Venezia Nuova. Tra questi spuntano:

  • Piergiorgio Baita, l’ex amministratore della Mantovani,
  • la segretaria di Galan, Claudia Minutillo, diventata successivamente imprenditrice
  • e lo stesso Mazzacurati

Nel momento in cui i tre hanno deciso di patteggiare, è partita ufficialmente l’inchiesta che ha travolto Venezia facendo più danni della marea stessa. Moltissimi altri nomi sono stati coinvolti, condannati e obbligati a risarcire lo Stato per svariati milioni di euro, ma il danno creato è ben superiore ai risarcimenti stessi. Tra questi nomi troviamo Renato Chisso, Patrizio Cuccioletta, Emilio Spaziante (ex Generale della Guardia di Finanza), Roberto Meneguzzo, Erasmo Cinque, Corrado Crialese, Nicola Falconi, e molti altri ancora.

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