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Nomadic Museum 03

Strutture temporanee: Nomadic Museum

Centocinquanta container navali, un tetto e una struttura interna in tubi di cartone: è questo il Nomadic Museum, un museo itinerante che ospita le opere del fotografo canadese Gregory Colbert. Già alcune grandi metropoli, come New York e Los Angeles, hanno ospitato il museo viaggiante. A ogni tappa, i container vengono assemblati e poi rismontati per costruire la struttura temporanea che ospita la mostra.

 

Il principale promotore dell’operazione è la Fondazione Bianimale, un’organizzazione no profit svizzera che si serve dell’arte per propagandare la preservazione dell’ambiente e della fauna animale; secondo quanto stabilito dalla Fondazione, la struttura espositiva doveva essere costituita da materiali riciclati e riciclabili. Da qui, secondo il concept elaborato dallo studio milanese “Officina Di Architettura”, nasce l’idea di utilizzare i container navali per la struttura portante e la ghiaia e il legno per la pavimentazione interna. Sarà poi Shigeru Ban, famoso architetto giapponese noto per le sue “architetture di cartone” a progettare il “capannone”, con i container a scacchiera, idealmente sorretto da una struttura interna di pilastri e da una doppia capriata di tubi di cartone. L’idea di realizzare il Nomadic Museum è nata in occasione di una mostra di Colbert allestita alle Corderie dell’Arsenale di Venezia dallo studio “Officina di Architettura” di Milano. Dopo la mostra, l’artista voleva riproporre altrove lo stesso allestimento: 200 foto riprodotte su grandi fogli sospesi all’interno di uno spazio con campate da parecchi metri di altezza. Dato che era impossibile ritrovare uno spazio quale quello dell’arsenale di Venezia, l’antico cantiere navale del XV secolo, nacque l’idea di una struttura viaggiante in grado di ospitare la mostra, il Nomadic Museum appunto. Si decise infine che le mostre si sarebbero dovute tenere presso i luoghi che, naturalmente, rappresentano il concetto di trasporto: i porti. Tuttavia, i porti sono stati scelti non solo per evocare l’idea di transitorietà e di passaggio bensì anche per motivi “logistici”: il museo, infatti, si sposta via mare.

 

Una volta terminata l’esposizione, viene smontato e i materiali da costruzione vengono stoccati all’interno degli stessi container che lo compongono (circa una trentina); caricati sulle navi, e trasportati attraverso l’oceano sino alla nuova meta. Infine, i porti costituiscono luoghi di approvvigionamento dei materiali da costruzione che, di volta in volta, vengono affittati – come nel caso dei container – oppure acquistati per essere poi rivenduti – come nel caso della ghiaia e del legno per la pavimentazione degli interni.

 

 

Maria Giulia Petrai

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