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Macchina Fotografica: come fare una fotografia, regole, composizione

Composizione fotografica

Quando si parla di macchina fotografica e della realizzazione di un buono scatto la composizione fotografica è uno degli aspetti più importanti della fotografia.

Consulta anche i nostri articoli sul fotoritocco e sulla grafica vettoriale.

Così come nella composizione di un disegno è importante che pieni e vuoti si bilancino e che la percezione dell’immagine risulti equilibrata, analogamente nella fotografia(1) l’equilibrio e la compensazione sono alla base della riuscita di un buono scatto.

Per questo motivo, ogni volta che ci si trova a scattare una fotografia si deve pensare a una rappresentazione, ci si deve porre dietro al mirino della macchina fotografica con l’intento di riportare sensazioni e stati d’animo  attraverso la propria sensibilità, spesso non controllabile scientificamente, ma didatticamente riassumibile in composizione, luce e colore.

L’inquadratura, al momento dello scatto, è un po’ come un foglio bianco.

Generalmente in ogni dispositivo fotografico l’inquadratura è un riquadro rettangolare luminoso circondato di nero, aspetto che genera già di suo un forte impatto nella percezione: la reazione dei nostri occhi è quella di partire dal centro per poi muoversi in senso antiorario dall’alto verso il basso del riquadro, vengono poi percepiti gli angoli e i bordi scuri dell’immagine che risaltano il contenuto dell’immagine indicando dei veri e propri confini.

Nell’immagine dell’East River newyorkese  troviamo altri aspetti fondamentali per un buono scatto, ancor prima di parlare di tagli (eseguibili in fase di postproduzione) si devono tener presenti gli allineamenti, le tensioni diagonali e le astrazioni.

In quest’esempio l’attenzione converge necessariamente verso il ponte e la linea dell’orizzonte (volutamente tenuta più bassa ripetto alla metà orizzontale del riquadro) per un insieme di motivi:

–   le linee prospettiche rappresentate dai bordi delle due rive vi convergono;

–   il rapporto pieni-vuoti;

–   enfatizzazione dell’orizzontalità data dal taglio

dell’immagine.

(1)  (dal greco phôs = luce e graphè = scrittura o disegno, “disegno della luce”).

Le origini della fotografia: scoperta, primi passi e diffusione

La nascita ufficiale della fotografia risale al 1839: la Gazzette de France annunciava al mondo la scoperta del pittore Louis-Jacque-Mandé Daguerre:

 

“Il pittore sconvolge tutte le teorie scientifiche sulla luce e l’ottica, ma soprattutto rivoluzionerà l’arte del disegno, è prodigiosamente riuscito a fissare le immagini che da sole si dispongono entro una camera oscura, la realtà non sarà più fugace rappresentazione, sarà come un dipinto o un’incisione, un impronta fissa che non necessita della presenza dell’oggetto.”

 

All’Academie des Sciences di Parigi viene presentata la dagherrotipia, primo termine ufficiale di quella che sarebbe poi diventata la fotografia. Ovviamente, come tutte le invenzioni, la fotografia ha un lungo percorso precedente fatto di tentativi ed esperimenti, non sempre riusciti, di personaggi giunti, più o meno contemporaneamente, magari per strade opposte, a medesime conclusioni.

Tutte le sperimentazioni che portavano l’uomo a riprodurre la realtà su una superficie, senza l’intervento manuale, hanno contribuito e spinto verso la scoperta della fotografia: il ruolo della camera oscura è preponderante. Nata nell’XI secolo, come strumento per l’osservazione di fenomeni astronomici, assume nel Rinascimento ruolo di guida e metodo per una rappresentazione pittorica più verosimile: il meccanismo vuole che la luce passante attraverso un foro di una stanza oscurata proietti, riproducendo sulla parete opposta al foro, l’immagine capovolta dell’oggetto.

Leonardo da Vinci, Dürer e Canaletto studiavano la camera oscura come esperiente tecnico che facilita il ruolo del pittore sia nel dominio delle regole prospettiche che nella comprensione della realtà.

Il salto da aspetti e processi che interessano più direttamente l’ambito dell’arte tradizionale si ha con il “realismo” (XIX secolo): la nuova generazione di artisti non si affida più alla ricerca e rappresentazione del bello, si interessa alla realtà in tutti i suoi aspetti, anche i più brutali e sgradevoli.

Parallelamente a questo interesse per la realtà nel suo complesso si sviluppa, anche intrecciandosi a correnti più espressamente letterarie o artistiche, uno spirito volto alla ricerca scientifica. Ed è proprio dall’intersecarsi di aspetti artistici (quali ad esempio la rappresentazione pittorica della corrente realista) e scoperte scientifiche che nasce la fotografia: sarà infatti la scienza a trovare la risposta al fissaggio di un’immagine creata dalla luce su una superficie; sono gli “inventori“ appassionati alla chimica e ai fenomeni, una nuova figura del XIX secolo, che daranno la nascita alla fotografia (diversi i personaggi che hanno contribuito alla scoperta).

Se la nascita ufficiale della fotografia viene fatta risalire al 1839, la prima immagine che si può definire fotografia, risultato di una serie di esperimenti per fissare quanto prodotto dalla camera oscura, è del 1826, Nicéphore Niépce, un ricco e colto proprietario terriero, ne è l’autore.

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La veduta della finestra di Gras” è un’immagine molto semplice che testimonierà come l’interesse di Niépce non sia di carattere estetico ma tecnico: gli elementi della composizione rispondono appieno alle descrizioni che Niépce fa al fratello Claude del luogo dove egli cerca di fissare l’immagine attraverso l’azione della luce. Sulla sinistra la piccionaia poi, muovendo l’occhio verso destra, un albero sullo sfondo, il tetto del granaio, il forno e infine una parte della casa di Niépce.

Ciò che sorprende in questa immagine è il fatto che il sole colpisce in maniera uguale i due lati degli edifici: l’esposizione di questa lastra durò ben otto ore, tempo durante il quale il sole compie un ampio movimento da est verso ovest.

Una lastra, dunque, che testimonia la bontà dei tentativi, un incunabolo autentico della storia della fotografia.

Nel corso della prima metà dell’Ottocento sono numerosi i personaggi che si dedicano al perfezionamento delle tecniche di fissaggio e di stampa delle immagini ottenute attraverso l’azione della luce, alcuni come nel caso di Niépce e Daguerre hanno rapporti diretti, altri giungono a risultati analoghi perseguendo strade differenti. Tra gli anni ’30 e ’40 in tutto il mondo, si assiste ad una vera e propria corsa al brevetto dei diversi metodi scoperti: da subito si avvertono le grandi potenzialità dell’invenzione e la possibilità di sfruttarla commercialmente.

I principali contributi:

  • Luis Jacque Mandé Daguerre, pittore che ebbe la fortuna di legarsi per alcuni anni a Niécephore Niépce appoggiandolo nelle ricerche: l’importanza di Daguerre sta proprio nell’aver diffuso e conferito scientificità al procedimento;
  • 1835 – L’immagine di una piccola finestra di Lacock Abbey è il più antico negativo conosciuto, il primo esempio di una delle caratteristiche principali della fotografia: la riproducibilità;

 

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  • Hyppolite Bayard pur giungendo negli stessi anni a risultati analoghi, non ricevette adeguati riconoscimenti, motivo per il quale si rappresentò nella fotografia “autoritratto in figura di annegato”, il governo lo rese infelice perché non riconobbe alcun contributo nelle sue sperimentazioni, per questo si è annegato.

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La diffusione della fotografia, come invenzione e come strumento, avviene a macchia d’olio in tutto il mondo. Accolta con entusiasmo, spingeva da un lato la ricerca per miglioramenti sulle tecniche originarie, dall’altro la continua pratica con gli strumenti messi in commercio. Le ricerche erano volte a restringere tempi di pose ancora lunghissimi, rendere più pratiche le attrezzature troppo pesanti, raggiungere la possibilità di riprodurre in un numero infinito di copie l’immagine originale (riproducibilità).

In tutto il mondo nascono e si diffondono studi fotografici spesso aperti da ex miniaturisti, artisti del ritratto che vedono la loro ex professione destinata ad essere sostituita da questa nuova invenzione. Dal dagherrotipo si passa al procedimento del collodio umido: al 1854 risale il brevetto della “carte de visite” di Disdéri che consente la riproduzione di più immagini su un’unica lastra. La fotografia, con una mostra, prende anche parte della Esposizione Universale al Crystal Palace di Londra (1851), dimostrazione del ruolo che il mezzo fotografico sta andando a rivestire all’interno della società industriale.

Com’è fatta una macchina fotografica: dal foro stenopeico alla reflex

L’immensa diffusione delle macchine fotografiche cosiddette automatiche, nelle quali l’intervento umano è limitato a poche, elementari funzioni, fa sì che lo scattare una fotografia non presupponga alcuna conoscenza di ordine tecnico relativa al funzionamento dello strumento. Il tutto è però relativo al modo in cui ci si vuole porre, che tipo di utilizzatori siamo e qual è lo scopo del nostro scatto. È noto come l’origine della macchina fotografica sia fortemente connessa alla camera oscura, lo strumento che permise ai pittori la riproduzione della realtà con maggiore fedeltà possibile. L’analisi e il funzionamento della camera oscura rispondono alle stesse leggi ottiche della macchina fotografica.

 

“Una fotocamera altro non è che una scatola impermeabile alla luce a tenuta stagna che unisce due elementi di massima importanza: l’obiettivo che traccia l’immagine e la pellicola che la trattiene. Le altre componenti sono soltanto accessori ausiliari per il controllo dei processi di lavoro che creano la fotografia: la determinazione dell’inquadratura, la regolazione della messa a fuoco e l’impostazione dei dati esposimetrici.”

Andreas Feininger

 

È dunque sufficiente far penetrare la luce esterna in una stanza (o scatola) completamente buia attraverso un piccolo foro e l’immagine proveniente dall’esterno si proietta, rovesciata, sulla parete di fondo.

 

camera oscura

 

Paradossalmente per scattare una fotografia non occorre una reflex di ultima generazione, risulta sufficiente una scatola stenopeica (dal greco stenos opaios = piccolo foro), strumento che consente proiezione e registrazione. A titolo esemplificativo: l’occhio umano è un ottimo strumento di proiezione che non consente però la registrazione, esempio opposto è lo scanner che consente la registrazione ma non la proiezione.

Proprio per questa ragione una scatola, dotata di un piccolo foro e di materiale fotosensibile posizionato sulla faccia opposta interna, è definibile macchina fotografica. La fotocamera con foro stenopeico produce immagini poco nitide: i raggi luminosi provenienti dal soggetto divergono e creano piccoli cerchi (detti “circoletti di confusione”), per aumentare la nitidezza occorrerebbe la riduzione del diametro e dello spessore della superficie contenente il foro, aumentando al contempo i già prolungati tempi di esposizione. La nitidezza (messa a fuoco), seppur non eccelsa, si estende a tutti gli oggetti inquadrati, dando luogo a una profondità di campo illimitata.

Se a tale dispositivo si aggiunge una lente, si noterà una diversificazione dei soggetti messi a fuoco relativamente a due variabili: il tiraggio d (distanza tra materiale sensibile e il piano contente il foro) e distanza tra il piano contente il foto e il soggetto (D), la messa a fuoco del soggetto dipenderà infatti dal rapporto tra questi. La funzione della lente convergente è quella di piegare i raggi luminosi e farli convergere in un unico punto, annullando i circoletti di confusione.

 

Esempio attuale del principio stenopeico e della camera oscura sono le esperienze di Abelardo Morell poi immortalate in degli scatti: affittando stanze d’albergo con viste privilegiate su prospettive caratterizzanti le città in giro per il mondo, trasforma le stanze in camere oscure e le pareti di queste come delle vere e proprie tele ospitanti la fugacità della proiezione.

 

 

Abelardo Morell, Brooklyn bridge, NYC.
Abelardo Morell, Brooklyn bridge, NYC

 

 

Abelardo Morell, Tour Eiffel, Parigi.
Abelardo Morell, Tour Eiffel, Parigi

 

 

Abelardo Morell, Time square, NYC.
Abelardo Morell, Time square, NYC

 

 

Abelardo Morell, San Marco, Venezia.
Abelardo Morell, San Marco, Venezia

 

 

Per l’utilizzo in disegno la camera oscura prevedeva una fare si “ricalco”: l’immagine proiettata da uno specchio su di un foglio di carte applicato su una lastra smerigliata veniva appunto ricalcata manualmente. Per giungere alla fotografia occorreva dunque la scoperta della “pellicola”, ovvero la superficie in grado di trattenere l’immagine. Il problema, risolto poi in più modalità, era duplice: da un lato occorreva fissare l’immagine, dall’altro far sì che questa rimanesse a lungo fissata, non solo per pochi istanti. Entrano in campo conoscenze di ottica e chimica che daranno luogo al dagherrotipo, calotipo fino alla pellicola di una macchina fotografica analogica e al sensore della macchina digitale.

 

Gli elementi che compongono una macchina fotografica sono molteplici, ognuno con un proprio ruolo: l’obiettivo costituito da lenti convergenti e divergenti, diaframma e otturatore che regolano la quantità di luce entrante nella macchina, il mirino che consente l’inquadratura dell’immagine che si vuole fotografare[…]. Poi gli sviluppi della ricerca hanno fatto sì che altri elementi entrassero a far parte di questo corredo, rendendo sempre più vari gli utilizzi delle macchine fotografiche. Per ora, attraverso l’immagine qui sotto, vediamo l’analogia con i principi di camera oscura, foro stenopeico finora illustrati, andando avanti capiremo il ruolo dei vari componenti.

 

componenti macchina fotografica

 

La fotografia: tecnica o forma d’arte?

La successione degli eventi e il fiorire di società di amatori di fotografia rende manifesto, già dopo pochi decenni dalla nascita della fotografia, un ulteriore aspetto: la fotografia non viene considerata soltanto una grande invenzione scientifica, né un solo comodo sostituto del disegno, ma prende a diventare un linguaggio specifico, autonomo che può raggiungere la dignità dell’arte. Perché questo principio venga poi affermato e riconosciuto universalmente, occorreranno molti anni ma le basi si ritrovano già nello “sfumato”  e “chiaroscurale” che la tecnica del calotipo di Talbot, Hill e Adamson producevano, incarnando precise scelte estetiche. Sono queste le tecniche che interpongono distanza dalla fedele riproduzione della realtà (aspetto che ricondurrebbe la fotografia a un mero strumento tecnico). Tuttavia il dibattito sulla fotografia riconosciuta come arte in quanto soggettiva interpretazione della realtà sarà lungo e vedrà impegnati fotografi, artisti e letterati.

 

“Bisogna che essa ritorni al suo vero compito, che è quello d’essere la serva della scienza e delle arti, ma la più umile serva, come la stampa o la stenografia, che non hanno né creato né sostituito la letteratura.”

Charles Baudelaire

La nascita del dibattito venne anche favorita dall’ormai evidente spaccatura creatasi all’interno del mondo fotografico. Da un lato c’erano i fotografi professionisti, i direttori degli studi di ritratto totalmente disinteressati all’aspetto artistico della tecnica, dall’altra si trovavano quelli amatori, spesso provenienti da famiglie agiate, che cercavano invece di trasformare la fotografia in una vera forma d’arte.

Sul finire degli anni Cinquanta, questa divisione si farà molto netta, tanto che è possibile isolare alcune figure: Julia Margaret Cameron, Lewis Carroll, Oscar Gustave Rejlander e Henry Peach Robinson che si pongono in chiara competizione con la pittura.

J.M. Cameron, Ellen Terry
J.M. Cameron, Ellen Terry

 

 

L. Carroll, Alice Liddel
L. Carroll, Alice Liddel

 

 

I ritratti della Cameron e di Carroll, con i loro particolari effetti di sfumato, conferiscono al soggetto quell’alone di mistero, di indefinito che mira all’espressione sentimentale di uno stato d’animo e, insieme, all’espressione di una bellezza fuori dal tempo (secondo i dettami dell’accademia del periodo).

 

 

 

O.J. Rejlander, Two ways of life
O.J. Rejlander, Two ways of life

 

 

Fotografia che richiese un mese e mezzo di preparazione ed elaborazione del materiale di cui è composta. Rejlander infatti disegnò prima la composizione e poi la fotografò: i diversi gruppi di personaggi sono interpretati da attori professionisti. Riunisce infine i diversi negativi, anche ritoccandoli a mano, come in un collage; in ultimo dopo aver sovrapposto un foglio di carta sensibilizzata, li stampa uno di seguito all’altro fino a raggiungere l’immagine finale. Complessità di procedimento che esplicita la visione molto particolare di Rejlander: per lui la fotografia non è espressione diretta della realtà, bensì elaborazione del vero in chiave artistica.

 

Ancora più accentuato è il pittoricismo di autori come Rejlander e Robinson, che compongono la loro scena come se si trattasse di un quadro, ponendo i personaggi in posizioni eroiche o patetiche, mirando sempre a conferire all’opera un significato morale.

 

Sono fotografi che si servono di tutti i trucchi consentiti dalla macchina, componendo anche diversi negativi per realizzare un’unica immagine: riescono così a sfruttare l’aspetto realistico della fotografia e l’idealizzazione richiesta dall’opera d’arte. Ebbero un grande successo, ma certo la strada da loro intrapresa rende esplicito il senso di inferiorità che la fotografia aveva nei confronti dell’arte tradizionale: solo imitando la pittura, infatti, questi autori pensavano di ottenere una dignità artistica.

La fotografia ci permette di vedere e registrare il mondo con sfumature particolari e personali, affermandosi come arte e non solo come mezzo riproduttivo. Ciò che rende la fotografia un’arte sta nella differenza tra un dispositivo fotografico e l’occhio umano. Infatti, sebbene esistano delle analogie tra l’occhio umano e la macchina fotografica, sono invece le differenze che intercorrono tra i due a mettere a disposizione del fotografo il controllo di fattori (come la messa a fuoco selettiva, l’esposizione dunque un controllo della luce) che trasformano lo scatto in sensibilità e personalità di percezione. Elementi che mettono in gioco certamente l’occhio, ma nella sua concezione più ampia: l’occhio del fotografo è selettivo e capace di trasmettere emozioni, astrazioni e stati d’animo.

occhio

 

 

L’occhio umano lascia filtrare la luce attraverso la cornea che si comporta più o meno come la parte frontale dell’obiettivo, insieme al cristallino che si trova dietro l’iride, sono gli elementi di messa a fuoco dell’occhio. La cornea raccoglie i raggi divergenti di luce e li convoglia attraverso la pupilla. L’iride funziona come un diaframma variabile che regola l’intensità luminosa, il cristallino viene usato come una lente, per produrre un’immagine nitida e un’area fotosensibile, la retina, per percepirla.

Possiamo quindi dire che nella fotocamera al posto del cristallino c’è l’obiettivo, l’iride e la pupilla agiscono insieme come sistema di apertura della fotocamera e al posto della retina vi è il sensore (o pellicola). Sia il cristallino che l’obiettivo possono mettere a fuoco su distanze diverse, entrambi formano un’immagine rimpicciolita e capovolta della scena.

La visione umana è controllata in parte dall’occhio e in parte dal cervello, ciò comporta una visione selettiva: gli elementi di distrazione vengono eliminati. La fotocamera, a differenza dell’occhio, registra tutto quello che ai nostri occhi in un primo momento è sfuggito, risultando invisibile, in foto si vedrà: la fotografia registra spesso troppe cose, le cose importanti insieme a quelle che importanti non sono. È raro che l’occhio ci presenti un’immagine sfocata: spostando l’occhio da un oggetto a un altro tutti i particolari appaiono ugualmente chiari, durante lo spostamento , l’occhio ha rimesso nuovamente a fuoco.

 

Ramona Vidili Via Strozzi Firenze

 

Ramona Vidili Via Strozzi
Ramona Vidili, Via Strozzi, Firenze 2011

Scatti realizzati con fotocamera analogica (Yashica 200 – AF) su pellicola Ford BN.

Obiettivo 35mm- 70mm, tempo esposizione 1/250, diaframma 4.5.

La messa a fuoco selettiva è un modo per sottolineare l’oggetto rispetto al contesto che risulterà per l’appunto fuori fuoco.

 

Macchine digitali: compatte, bridge e reflex

L’evoluzione della pratica fotografica si è potuta realizzare grazie all’invenzione di alcuni apparecchi fotografici.

La rivoluzione maggiore della storia è forse dovuta a George Eastman e all’apparecchio da lui messo in commercio nel 1888 con il nome d Kodak. Infatti, le novità introdotte dalla Kodak investirono ogni aspetto, sia della fabbricazione sia dell’uso della macchina fotografica. In sintesi si può affermare che con Kodak nasce davvero la fotografia di massa e che i principi che guidano il processo di ripresa e sviluppo delle fotografie rispondono a quelli ancora oggi in uso. La Kodak n.1 è una piccola scatola (17 x 10 cm) all’interno della quale si trova una pellicola a rullo (e non più dunque, le lastre usate sinora) in grado di contenere 100 immagini.

 

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Il motto di Eastman “Voi premete il bottone, noi facciamo il resto”

 L’obiettivo è a fuoco fisso, il formato dell’immagine è rotondo poiché in questo apparecchio non è prevista alcuna mascheratura dell’obiettivo, il formato corrisponde dunque all’immagine che si costituisce nella lente. Eliminati i lunghi tempi di posa, la Kodak n.1 elimina anche l’ostacolo alla diffusione: lo sviluppo. Una volta finita la pellicola la macchina veniva spedita allo stabilimento centrale di Eastman (Rochester) dove si procede allo sviluppo delle immagini. La macchina viene poi ricaricata e rinviata al proprietario.

 

L’altra macchina fotografica entrata nella leggenda è la Leica, presentata nel 1925 e nata grazie alle ricerche di Oscar Barnack, dirigente della fabbrica di strumenti ottici tedesca Leitz. La peculiarità della Leica è quella di essere capace di fornire immagini di alta qualità unite a una maneggevolezza pari a quella della Kodak. Si tratta della prima macchina portatile professionale (insieme alla Ermanox) e ha avuto per questo un enorme successo tra giornalisti, fotoreporter. Barnack tiuscì a creare una macchina con un otturatore a tendina e con un obiettivo di grande qualità, ma soprattutto con una pellicola a rullo da 35mm, che consentiva 36 scatti. La novità stava proprio in questo rullo che nasceva dall’esperienza cinematografica; ancora una volta, il meccanismo di funzionamento della Leica è paragonabile a quello delle macchine fotografiche comunemente in uso sino a pochi anni orsono: una leva fa avanzare la pellicola e carica l’otturatore, il telemetro permette di mettere a fuoco l’immagine e di scattare la fotografia in tempi rapidi ottenendo un buon risultato.

Il mito dell’istantaneità, della fotografia “rubata” che ha fatto la fortuna di alcuni grandi della fotografia del Novecento, da Cartier-Bresson a Smith, nasce insieme a questa macchina.

 

Nel 1947, Edwin Land mise a punto un processo di sviluppo immediato della pellicola, che venne poi commercializzato dalla Polaroid. Nasce così un’altra macchina destinata a entrare nella storia della fotografia e, soprattutto a modificare le abitudini visive fotografiche dell’intero pianeta. La Polaroid infatti evita il passaggio negativo-positivo, sviluppando l’immagine e stampando direttamente sullo stesso foglio. Inizialmente la carta era arrotolata, poi si è passati a un cartoncino bianco plastificato e sensibilizzato che funziona con il noto meccanismo a strappo. Il cartoncino viene espulso dalla macchina e dopo alcuni minuti, l’immagine è completamente formata. Destinata soprattutto a un utilizzo amatoriale la Polaroid non consentiva particolari raffinatezze tecniche: l’obiettivo era a fuoco fisso, il flash incorporato e automatico.

 

Tutto ciò che si è scritto finora appartiene al passato e al presente della fotografia, alla sua storia e al nostro possibile utilizzo nel quotidiano. Ma il futuro, che è già presente, appartiene alla nuova generazione di macchine fotografiche, quelle cosiddette digitali. La rivoluzione che queste macchine portano con sé è paragonabile, e parallela, a quella che è avvenuta con la diffusione dei computer all’interno della nostra vita quotidiana. Se si volesse tentare un paragone con la pratica della scrittura, si potrebbe dire che così come si è passati dalla scrittura a mano all’utilizzo della macchina da scrivere e infine si è giunti al computer, analogamente si è passati dalle prime “scatole” fotografiche alle macchine automatiche fino alle odierne macchine digitali. È facile comprendere come queste innovazioni portino a un’innovazione del mondo quotidiano di vivere la fotografia: non più piccole stampe che passano di mano in mano e poi sono raccolte in un album e neppure più negativi da conservare per poter poi ristampare le immagini ma fotografie che possono essere viste anche senza essere stampate e che possono essere trasferite da un computer all’altro.

Una macchina fotografica digitale non si discosta molto, almeno all’apparenza, da una macchina tradizionale: obiettivi, mirino, pulsante per scattare, flash, ma ciò che si modifica radicalmente è il “luogo” in cui si deposita l’immagine: non più la tradizionale pellicola, ma su un dispositivo a carica doppia (denominato CCD) che riversa la luce su un dischetto dopo aver creato l’immagine su una sorta di schermo elettronico.

 

Grazie alla rivoluzione che il digitale ha portato nella fotografia, ora essa è veramente accessibile a tutti, perché i costi si sono notevolmente ridotti rispetto a quando si usava la pellicola. Il primo pensiero che viene ad un aspirante fotografo è quello della scelta del mezzo fotografico, da qui la domanda: “qual è la macchina fotografica giusta?”.

 

Per rispondere ragionevolmente a questa domanda occorre badare poco al marketing e concentrarsi su ciò che si vuole ottenere e realizzare con la propria fotocamera. Esistono infatti diverse categorie di fotocamere:

  • COMPATTE:

adatte per fare foto ricordo, sono le macchine fotografiche per la “massa”, esistono però alcuni modelli di fascia alta che molti professionisti tengono nel taschino ma che ovviamente non sono paragonabili a una reflex.

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  • BRIDGE:

Sono caratterizzate da un obiettivo con una grande escursione focale. Si deve prestare molta attenzione nella scelta, da momento che una grande escursione focale comporta anche maggiori compromessi ottici.

bridge

 

 

  • MICRO 4/3 o EVIL

(eletronic viewer interchangeable lens= mirino elettronico, obiettivo intercambiabile):

Come le reflex sono ad ottiche intercambiabili, ma sono prive dello specchio che riflette l’immagine sul pentaprisma e di conseguenza del mirino ottico, hanno prestazioni inferiori alla reflex ma il vantaggio di essere più facili da trasportare. È un tipo di fotocamera che sta avendo un discreto successo e la tecnologia di questi sistemi è sempre più avanzata, la dimensione dei sensori di questo tipo di fotocamera varia a seconda della casa produttrice. Recentemente questo sistema è stato rinominato in New System Camera.

  • REFLEX:

Sono le macchine fotografiche dei professionisti e dei fotoamatori evoluti, hanno ottiche intercambiabili, un sensore più grande e prestazioni superiori rispetto ai tipi di fotocamere visti finora. Chi compra un apparecchio del genere deve essere disposto a spendere per la fotografia, l’ottica di base, di solito un 18-55mm dopo un po’ di tempo non basta più e si sente il bisogno di qualcosa di superiore.

reflex

 

Componenti: gli obiettivi

La parola “fotografare” deriva dal greco “disegnare con la luce”.

Ma anzitutto, che cos’è un obiettivo?

L’obiettivo più rudimentale è una lente convessa, più spessa al centro che ai bordi, che ha il compito di far convergere i raggi luminosi sulla pellicola, in un punto preciso che si chiama “fuoco”, in modo tale che su di essa si formi un’immagine rovesciata e nitida. Gli obiettivi influiscono in modo decisivo sulla qualità delle nostre fotografie e anche in epoca digitale hanno un ruolo fondamentale, è attraverso l’obiettivo infatti che la luce che colpisce il soggetto delle nostre immagini, arriva al sensore o alla pellicola per essere registrata. Gli obiettivi offrono risultati differenti in funzione dell’angolo di campo che sono in grado di coprire, esso varia a seconda della grandezza del sensore e della lunghezza focale, è più ampio quando questa è corta e viceversa.

 

obiettivi

 

 

Questa lente, però, dà problemi sia di ordine temporale, poiché richiede lunghi tempi di esposizione, sia di ordine qualitativo, in quanto una sola lente pone problemi di chiarezza delle immagini, soprattutto ai bordi. Per questo motivo, nel corso degli anni, gli obiettivi sono andati sempre più perfezionandosi, sino a giungere agli attuali che combinano diversi tipi di lenti convergenti e lenti divergenti. Queste ultime sono in grado di convergere le aberrazioni ottiche delle prime. Sono fondamentali anche i tipi di vetro usato e i trattamenti ai quali questo è sottoposto.

Sono molteplici gli obiettivi che si possono scegliere per scattare una fotografia.

Dall’obiettivo normale al grandangolare al teleobiettivo, fino al più espressivo e divertente “fish-eye”.

Esistono in commercio diversi tipi di obiettivi che consentono di fare riprese anche a distanze estremamente ravvicinate, o che permettono di ottenere effetti di distorsione dell’immagine. I più diffusi tra questi obiettivi sono il grandangolare (che serve a coprire una porzione più vasta rispetto a quella normale), il teleobiettivo, utilizzato per riprendere scene a grande distanza, e infine lo zoom, che permette di variare la distanza focale con una semplice rotazione della ghiera sull’obiettivo: è uno strumento usato sia in ambito fotografico che in ambito cinematografico, per rendere l’idea di un avvicinamento o allontanamento dell’immagine. Modificando le lunghezze focali e la profondità di campo, si creano immagini che non rispondono esattamente a quelle percepite dall’occhio umano, potenziando o distorcendo la percezione dello spazio circostante. Per questo motivo sono usati in condizioni particolari, quando si devono cogliere da distanza ravvicinata ampie porzioni di spazio, oppure quando si desidera evidenziare un dettaglio particolare del soggetto o della scena ripresa. L’esasperazione di questi obiettivi è rappresentata dal cosiddetto “fish-eye“, l’occhio di pesce, che dà vita a delle immagini simili a quelle riflesse da uno specchio convesso. Anche in questo caso si utilizza questo obiettivo per accentuare il carattere espressivo dell’immagine.

 

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Per comprendere al meglio quali siano le funzioni che svolge un obiettivo, e quali le particolarità, è sufficiente guardarne la parte esterna, ricca di numeri, simboli e vocaboli: ognuno di questi rimanda a una funzione ed è per questo importante saperli leggere. Sulla parte esterna sono riportati marca dell’obiettivo, la fabbrica, il numero di serie e la lunghezza focale e l’apertura massima (diaframma).

Le categorie principali di obiettivi sono dunque grandangolari, normali e teleobiettivi. Ognuno di essi può essere poi di tipo macro, decentrabile e stabilizzato.

 

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Nel momento in cui affronteremo argomenti come angolo di campo, distanza focale, profondità di campo, diaframma… la categorizzazione degli obiettivi sarà molto più schematica e governabile. Per ora, in breve: la lunghezza focale indica, in millimetri, il rapporto tra la posizione dell’obiettivo (gli obiettivi sono solitamente composti da più gruppi di lenti per motivi legati alla qualità ottica e alla luminosità, in questo caso la focale si misura dal centro ottico dell’obiettivo che generalmente si trova in prossimità del diaframma) e quella del piano focale che è quello il cui convergono i raggi luminosi provenienti dall’esterno (piano della pellicola/sensore, per convenzione si usa il valore della focale riferita al formato della pellicola 24x36mm, oggi la grandezza dei sensori Full Frame). Negli obiettivi standard questa lunghezza è fissa – quindi, avvicinandosi troppo al soggetto, questo va fuori fuoco –, negli obiettivi zoom essa può variare, consentendo diversi tipi di ripresa. Cambiando la lunghezza focale, cambiano profondità di campo e gli effetti prospettici. L’altra cifra si riferisce invece al diaframma, altro elemento basilare di ogni macchina fotografica.

Componenti: diaframma e otturatore

Diaframma e otturatore sono ambedue dispositivi che incidono sulla luce che ha modo di giungere poi al sensore (pellicola o digitale).

Il diaframma è un meccanismo circolare o poligonale formato da una corona di lamelle metalliche a forma di falce che si possono regolare per ottenere un’apertura più o meno grande, gestendo la quantità di luce che si vuol far arrivare al sensore/pellicola.

diaframma

 

 

Le fotocamere moderne utilizzano solitamente un tipo di diaframma regolabile chiamato “diaframma a iride”. Su ogni ottica (obiettivo) abbiamo visto che viene riportato il valore dell’apertura massima.

 

A determinare la quantità di luce che colpisce il sensore non è solo l’apertura del diaframma ma anche il tempo di esposizione. A tutta apertura il diaframma lascia passare, in un dato tempo determinato dal fotografo (tempo di esposizione), quanta più luce possibile verso il supporto sensibile; chiudendo il diaframma si riduce tale quantità di luce.

 

Il diaframma può essere regolato su diverse aperture, distribuite regolarmente su una scala di intervalli detti numeri f (f/numero) o f/stop o comunemente “diaframmi”.

 

Valori di diaframma sono:

f/1 f/1,4 f/2 f/2,8 f/4 f/5,6 f/8 f/11 f/16 f/22 f/32 f/45 f/64 (esistono anche valori intermedi).

 

L’intervallo tra i diversi valori del diaframma viene comunemente indicato in gergo stop. I numeri f sono calcolati e ordinati in modo tale che chiudendo il diaframma di 1 stop si dimezza la quantità di luce, chiudendolo di 2 stop si diminuisce la luce di 1/4, chiudendolo di 3 stop di un 1/8 e così via.

Ad una apertura minima, e quindi a una quantità di luce più ridotta, corrisponde la cifra più alta. Ma il diaframma non lavora da solo: una funzione analoga è svolta anche dall’otturatore, che però ha la funzione di dosare nel tempo la luce che entra nella macchina, che corrisponde ad un tempo di esposizione.

 

L’otturatore invece è il dispositivo che ha il compito di controllare per quanto tempo il sensore resta esposto alla luce.

 

Gli otturatori possono essere classificati in due tipi:

–       Otturatori centrali

–       Otturatori a tendina

otturatore a tendina

 

I primi sono dotati di lamelle disposte a raggiera, in modo simile a quelle del diaframma (non sono più in uso), i secondi sono composti da due superfici di stoffa o metallo disposte parallelamente lungo il piano focale, che scorrono verticalmente formando una fessura che lascia passare la luce.

Componenti: specchio e pentaprisma

Caratteristica fondamentale delle reflex o anche SLR (Single Lens Reflex= reflex con un solo obiettivo) è il loro sistema di mira, composto da uno specchio posto a 45° rispetto all’obiettivo e da un pentaprisma (un vero e proprio “prisma” di vetro).

Il fotografo che guarda nel mirino di una fotocamera reflex vede attraverso l’obiettivo, avendo una visione esatta dell’immagine che verrà registrata al momento dello scatto. In altre fotocamere (compatte, bridge o evil) questo non si verifica, infatti  l’immagine nel mirino non viene dall’obiettivo, bensì da una piccola finestrina posizionata sulla parte anteriore della fotocamera, in corrispondenza del mirino stesso. Conseguentemente l’immagine nel mirino è spostata di qualche centimetro verso l’alto rispetto a quella che impressionerà la pellicola/sensore. Fotografando paesaggi questo non è un problema, ma nel momento in cui ci si trova a fotografare piccoli oggetti questo può essere un problema.

 

nikon coolpix

 

 

 

La fotocamera Reflex elimina quindi completamente il cosiddetto errore di parallasse, in quanto lo stesso obiettivo di ripresa forma l’immagine sullo schermo del mirino: sostanzialmente lo specchio riflette la luce che passa attraverso l’obiettivo per poter visualizzare l’immagine dal mirino, il pentaprisma ha il compito di aggiustare l’immagine che altrimenti presenterebbe i lati destro e sinistro invertiti. Durante la fase di scatto lo specchio si solleva in modo che l’immagine possa essere catturata dal sensore; nella posizione sollevata lo specchio chiude la finestrella dello schermo di messa a fuoco, evitando l’ingresso di luce parassita dal mirino. Questo meccanismo consente di osservare nel mirino della macchina fotografica la stessa immagine catturata dall’obiettivo.

canon

 

 

Questi apparecchi fotografici costituiscono quanto di meglio sia stato realizzato, dal punto di vista tecnologico, nel campo del piccolo (35mm) e del medio formato (6x6cm, 6x7cm, ecc.). La chiara visione del soggetto, attraverso lo stesso obiettivo che riprende l’immagine, è la peculiarità delle reflex monoculari pertanto, a livello pratico, nessun altro apparecchio fotografico è riuscito ad eguagliarne le prestazioni.

Generalmente nel mirino appare circa il 95-98%  di quanto viene effettivamente registrato dal sensore: il fotogramma risulta quindi leggermente più grande dell’immagine sullo schermo, ciò consente di  avere un piccolo margine di sicurezza e permette di montare sulle fotocamere dei pentaprismi non troppo grossi e pesanti. Comunque sia, il termine “reflex” sta ad indicare che l’immagine, così come è formata dall’obiettivo, viene riflessa verso il mirino e, dal momento che l’obiettivo montato sulla fotocamera – di qualunque focale esso sia – risulta essere una parte integrante e fondamentale di tutto il sistema, l’immagine che si osserva nel mirino sarà praticamente la stessa che andrà ad impressionare il supporto di memorizzazione utilizzato (sensore o pellicola, appunto).

 

Componenti: mirino e display

Molte fotocamere digitali sono dotate di un display di controllo dell’inquadratura e di un mirino. La funzione primaria di questi due elementi è abbastanza diversa, anche se hanno molto in comune.

Attraverso mirino è possibile visualizzare la scena inquadrata. Nelle fotocamere sono normalmente distinguibili quattro modelli di mirino:

Mirino galileiano: la tipologia di mirino più classica, quello presente nelle fotocamere usa e getta o nelle compatte economiche. Risulta composto da due lenti all’interno di una finestrella vicino all’ottica, vi è disegnata una cornice raffigurante il campo inquadrato dall’obiettivo. È un sistema di mira semplice (diretto, ben diverso insomma dal sistema presente nelle reflex) che dà luogo al noto errore di parallasse.

canon power shot

 

 

Mirino a pozzetto: era molto comune ai tempi della fotografia con pellicola, quella della nota Rolleiflex o della Hasselblad. È un tipo di mirino di norma impiegato nelle biottiche: l’immagine è riflessa da uno specchio a 45° verso un vetro smerigliato posizionato sopra la fotocamera, il fotografo vede l’immagine come se guardasse in un pozzo.

mirino pozzetto pellicola

 

 

 

Mirino reflex: è appunto il tipo di mirino impiegato nelle fotocamere reflex (digitali e analogiche). Per motivi economici soltanto negli apparecchi di fascia professionale questo tipo di mirino permette una visione completa della scena inquadrata, nei modelli entry level e semi-pro viene reso visibile solo il 90-95% del campo inquadrato.

schema fotocamera

 

 

Mirino digitale: nelle fotocamere digitali non reflex il mirino è costituito da un display LCD che visualizza in tempo reale l’immagine acquisita.

Molte fotocamere digitali sono appunto dotate di un display di controllo dell’inquadratura, il monitor è un pannello LCD a colori posto sul retro della fotocamera, le cui dimensioni sono espresse in pollici, riferiti alla diagonale dello schermo, che vanno da 1.5″ a 3″.

Le funzioni svolte dal display sono: vedere l’immagine inquadrata prima di riprenderla, rivedere l’immagine appena ripresa per controllare se corrisponde a quanto ci si aspetta. Rivedere in sequenza tutte immagini in memoria. Se occorre liberare spazio, basta localizzare le immagini che non ci soddisfano e cancellarle. Alcuni display mostrano solo una immagine per volta, altri hanno la funzione thumbnail, mostrano cioè gruppi di piccole immagini (miniature) per poter individuare velocemente quelle che stiamo cercando. Altri ancora consentono di fare ingrandimenti per controllare meglio i dettagli delle foto.

 

reflex schermo orientabile

 

Il monitor posto sul retro della camera può essere poi articolato, rendendo più agevole le riprese in posizioni difficili. Inoltre in alcuni modelli di camere reflex un display ausiliario è collocato sulla parte superiore del corpo macchia e serve per fornire al fotografo i dati dei principali parametri di ripresa.

L’ immagine che si vede sul display è presa direttamente dal sensore, perciò possiamo definirla una vista TTL (through-the-lens), come nelle macchine reflex. Normalmente usati per osservare il soggetto e scegliere l’inquadratura migliore, i display presentano pure delle importanti limitazioni, per esempio: hanno un alto consumo di batteria, meglio tenere il display acceso solo se si è certi di non rimanere a secco; l’immagine sul display è difficile da vedere in pieno sole…

La prospettiva: tre variabili per governarla, il punto di vista

Sebbene la tecnologia abbia fatto passi da gigante e i dispositivi consentano scatti di strepitosa definizione e nitidezza, il momento dello scatto (con macchine digitali di ultima generazione o con sistemi convenzionali a pellicola) spesso compiuto distrattamente, è fondamentale: non è infatti sufficiente confidare in una clamorosa post elaborazione dell’immagine, occorre conoscere le condizioni di ripresa e i parametri per il controllo della prospettiva.

 

Le scelte che si fanno al momento della ripresa, per quanto riguarda il controllo della prospettiva, comportano degli effetti di un certo tipo. Sovente queste regolazioni si applicano inconsapevolmente in fase di scatto e, combinate tra di loro, dal momento che  al variare di una spesso ne consegue il variare delle altre, possono dare luogo a delle variazioni prospettiche di un tipo o di un altro.

Le variazioni fondamentali che si possono introdurre al momento della ripresa sono:

1- la scelta del punto di vista;

2- la direzione dell’asse di ripresa;

3- la dimensione dell’angolo di ripresa (scelta della lunghezza focale).

 

Per scelta del punto di vista si intende la posizione della macchina, del centro ottico del sistema di ripresa. Posizione sia in pianta con scorrimenti orizzontali o degli spostamenti in senso laterale rispetto al soggetto, sia con spostamenti in senso verticale rispetto al soggetto, cioè alzando o abbassando il punto di vista, o anche con allontanamenti o avvicinamenti, cioè con spostamenti che tendono ad allontanare o ad avvicinare il punto di ripresa rispetto al soggetto. Quest’ultimo che potrebbe sembrare il meno rilevante, in realtà diventa il vero protagonista nel controllo della prospettiva: infatti con un semplice avvicinarsi o allontanarsi dal soggetto cambia la prospettiva in maniera determinante. Quali sono le variazioni che si ottengono?

 

prospettiva

 

 

dati prospettiva

 

 

Il punto di vista influisce sulla percezione degli oggetti tridimensionali, variandone la “prospettiva”. Nella serie di foto il dado resta nella medesima posizione, ma abbiamo risultati distinti: se il punto di vista è ravvicinato come nelle foto 01 e 02 (8 e 12 cm), gli spigoli verticali e orizzontali vanno a tre punti di fuga ben individuabili; se, invece, la fotocamera è più distante dal soggetto (foto 03 e 04, 1.4 e 2.4 m), la ripresa fotografica tende a riprodurre un’assonometria dell’oggetto.

Infatti, quando il rapporto tra la dimensione dell’oggetto e la distanza di ripresa è molto piccolo, si può parlare di SIMULAZIONE DELL’INFINTO FOTOGRAFICO.

Vedi anche macchina fotografica su Wikipedia

 

Ramona Vidili

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